9 Gen

Dunque secondo Science un bambino nato da due genitori laureati in materie scientifiche ha una probabilità più alta del 20% di risultare autistico. In sostanza se studi ingegneria sei un disadattato al 50%, quindi è meglio se sposi qualcuno che compensi le tue disastrose abilità sociali.

Ecco credo che questa teoria fosse radicata da molto tempo nelle donne. Si sa che l’utero è darwinista dalla notte dei tempi.
Si può osservare empiricamente il fenomeno  in modo piuttosto facile.
Prendete un gruppo di ragazze che studia una materia scientifica e mettetele di fronte a un qualsiasi essere sesso maschile che non pensa che T.S.Elliot sia il ballerino protagonista di un film da checche.  Si sciolgono. Non importa se lui c’ha il brufolo selvaggio, se non le chiama per due settimane, o se nell’impeto di dedicarsi alla cultura il cavalier servente trascura un tantino l’igiene. Lo guarderanno sognanti mentre estrae la consunta copia di QuelPoetaBeatStraProfondoCheNonLoCapisciPerchéSeiArida, che ovviamente porta sempre con sé in borsa anche se non la legge mai. Staranno ad ascoltare rapite i suoi discorsi su come i pomodori OGM hanno asservito la passata di pomodoro al grande complotto del Sistema.
Un premio Nobel non avrà mai lo stesso fascino per loro. Perché i premi Nobel sono diventati premi Nobel appunto perché non hanno avuto tempo di leggere l’opera omnia di Balzac.
Il fatto è che la fanciulla in questione non è innamorata di lui. Sta semplicemente andando a letto con la vita cui lei ha scelto di rinunciare. Si sta scopando le serate a teatro cui non è andata per restare a casa a occuparsi di Escherichia Coli, i libri di Pamuk che non ha letto mentre si dilettava con il calcolo differenziale, le feste a cui non si è presentata per via delle diramazioni dell’arteria carotide interna.
La sua relazione con lui si costituisce di una semplice richiesta :sii quello che io non ho avuto il coraggio di essere, grazie.
Non fraintendetemi. Studiare questo tipo di cose è splendido. Ma quando a una cena con amici il massimo contributo che puoi portare alla conversazione è “ehi, lo sapete che facendo il bagno in mare potreste prendervi la diarrea da una balena?” qualche complesso di inferiorità ti viene.
Ma la cosa più affascinante di questo fenomeno è che la reciprocità manca completamente. Il maschio scientifico naviga perlopiù  in un mare di splendida adorazione di sé. Il suo cervello è una mirabile macchina da calcolo che il resto del mondo non potrebbe fare a meno di riverire. Il maschio scientifico punta tutto sul fascino del camice, sul bisturi che sprizza testosterone. Alla disperata ti lascia intendere che guadagnerà un sacco di soldi. Il maschio scientifico quando tromba, lo fa con sincerità, perché non trova che manchi nulla alla sua vita.
E magari, a prescindere da qualsiasi principio evolutivo, fa anche bene.

15 Apr

Dalla lezione di Anatomia Umana del 26 marzo

“Voi vi ritenete più furbi di quel melo fuori dalla finestra.
Eppure tra poco più di 50 anni la maggior parte di voi sarà morta e sepolta, mentre lui, con ogni probabilità, tra 400 anni sarà ancora lì. Perché? Perché noi abbiamo deciso di difenderci dagli invasori esterni con un esercito di cellule capaci di uccidere qualsiasi cosa, ovvero il nostro sistema immunitario.  Un melo, un melo non ce l’ha un sistema immunitario. Emette qualche sostanza per ingannare i parassiti, richiama qualche insetto sperando che mangi le loro larve, ma fondamentalmente non è in grado di fare del male a nessuno.
Noi mammiferi invece abbiamo elaborato armi potentissime, abbiamo cellule capaci di uccidere qualsiasi cosa, persino organismi che ancora non esistono e che probabilmente non esisteranno mai. Il sistema immunitario che ci portiamo appresso è un’armata di killer potenzialmente letale. Certo, ci preoccupiamo di istruirli, nei primi anni di vita: li riuniamo tutti nel timo e gli diciamo “Ok, questo sono io e non devi attaccarmi, tutto il resto fallo fuori senza pietà.” E per un po’ funziona.
Il problema è che l’addestramento dell’esercito è avvenuto quando avevi tre o quattro anni, quando eri un bambino pacioccoso  e innocente che andava in altalena. Ma ora tu sei un omaccione alto e peloso che guarda i filmini pornografici di notte. Sei diverso. E con il passare del tempo somiglierai sempre meno a quel bimbo di tre anni, finché i sicari che abitano il tuo corpo non ti riconosceranno affatto. E allora, piano piano, inizieranno ad attaccarti e tu diverrai sempre più fragile, sempre più vecchio.
La nostre morte, è nella maggior parte dei casi, un golpe.”

Digressione

I medici dei te…

29 Feb

I medici dei telefilm lo hanno sempre saputo, che cosa volevano essere.
A quattro anni, mentre gli altri bambini giocavano a pallone, loro auscultavano gli orsetti con lo stetoscopio giocattolo, a sei fastanticavano di partire per l’Africa muniti di bisturi e garze e a otto anni già avevano eseguito un’operazione a cuore aperto sul criceto Crocchio, regalandogli altri cinque anni di vita sereni e appaganti.
Sono così e lo sono sempre stati. Sono diventati medici perché sono buoni.
Ecco: io no.
Io ero più il tipo che il criceto Crocchio se lo dimenticava nella gabbietta senza cibo nè acqua per 5 giorni, per ritrovarlo a fine settimana vitale come Andreotti.
A sei anni avevo dei piani molto precisi riguardo il mio futuro che comprendevano una piantagione di pinoli, il possesso di un considerevole numero di delfini tursiopi e un matrimonio passionale con un personaggio dei cartoni animati.
La storia dell’essere buoni non mi colpiva più di tanto.
Nella mia personale classifica i buoni erano , nell’ordine: i guerriglieri comunisti dei libri di Isabel Allende, i buddhisti, la paninara della scuola che mi allungav gratis i Krapfen invenduti a fine giornata, lo spazzino di piazza Gries e in generale chiunque avesse mai indossato un poncho in lana peruviana.
I medici, nella lista non comparivano proprio. Nella mia visione del mondo i medici non facevano molto di più che fare sesso negli stanzini dell’ospedale, sposare Madame Bovary e tutt’al più sbattere in manicomio i protagonisti (buoni) di qualche romanzo.
Non sono diventata medico per essere buona. Sono diventata medico per colpa delle storie. Per gli intrecci tra anima e neuroni, per i libri di Temple Grandin, per le immagini colorate delle tomografie a emissione di positroni del cervello di una donna innamorata che vedeva la foto del partner.
Non mi interessano le persone, non mi interessano i ringraziamenti, non mi curo delle loro famiglie. Sono una feticista delle storie, una virtuosa del confine tra malattia e identità.
Non è in nome della bontà che sto facendo tutto questo. Ma in fondo ne hanno già fatti fuori tanti, in nome della bontà, che non guasterà se ne uccido un po’ io in nome della passione.